Lo studio di Donatella Di Cesare sulla democrazia e sulle sue origini nella polis ateniese presenta l’anarchia non come nemica della democrazia, ma come parte del compito che la definisce. La filosofa, che insegna alla Sapienza Università di Roma, sostiene che la democrazia non può poggiare su una fonte di autorità indiscussa: la sua legittimità dipende dal dibattito ripetuto su chi possa partecipare e su come si possa esercitare il potere.
In sette capitoli, Di Cesare riprende l’idea di an-archia, usando un trattino per sottolineare il rifiuto dell’arché: la presunta origine o fondazione del potere. La contrappone a monarchie e oligarchie, che storicamente hanno tratto autorità dalla discendenza, dalla nascita, dalla proprietà ereditata e dal potere patriarcale.
Anche la democrazia ateniese era ben lontana da una partecipazione paritaria. Le donne, le persone ridotte in schiavitù e gli immigrati erano esclusi dalla vita pubblica, mentre Atene diventava un simbolo duraturo del governo democratico. Di Cesare si serve di questa storia per mettere in discussione le interpretazioni della democrazia che la riducono al governo della maggioranza. A differenza della monarchia e dell’oligarchia, sostiene, la democrazia non ha un principio fisso — come la discendenza o il sesso — che giustifichi chi detiene il potere.
Una democrazia degna di questo nome deve invece riaprire continuamente il dibattito su ciò che è legittimo e su chi abbia diritto di partecipare alla vita pubblica. Il suo carattere an-archico consiste nel non avere alcun fondamento permanente dell’autorità, al di là della continua ricerca dell’uguaglianza e della partecipazione, sostiene Di Cesare.
Il libro si richiama anche alla descrizione di Montesquieu del popolo in una democrazia come sovrano e suddito al tempo stesso. Questa relazione mutevole rende la democrazia un progetto incompiuto: la legittimità del potere deve essere negoziata ancora e ancora, ed è concessa soltanto in via provvisoria.
Di Cesare collega questa fragilità alla ricorrente tentazione di sbarazzarsi della democrazia. Richiama la tragedia greca, in particolare l’Antigone di Sofocle, come strumento per dare voce alla resistenza contro i governanti che si aggrappano all’autorità e invocano gli interessi dello Stato. Per Di Cesare, la protesta contro un potere compiaciuto di sé non dovrebbe essere automaticamente considerata una minaccia per la democrazia. Il pericolo più grave, suggerisce, potrebbe essere il ritorno di un’autorità e di privilegi radicati.
Fonti: FAZ.