Papa Leone XIV ha esercitato il suo diritto di voto per posta alle elezioni congressuali statunitensi, secondo quanto riferito dall’ufficio stampa vaticano, che ha confermato una notizia del Chicago Sun-Times. Il papa è registrato come elettore con il suo nome civile, Robert Francis Prevost, a New Lenox, nell’Illinois.
Il Vaticano ha presentato la decisione non solo come un atto personale, ma anche come un appello ai cittadini americani. Ha dichiarato che Leone considera la partecipazione ai processi democratici sia un diritto sia un dovere civico e che ha votato ogni volta che ne ha avuto la possibilità. Secondo quanto riferito, il papa ha votato anche mentre viveva in Perù, dove possiede la doppia cittadinanza.
La scelta sembra rendere Leone XIV il primo papa pubblicamente noto ad aver votato in un’elezione nel proprio Paese d’origine durante il suo pontificato. Il catechismo della Chiesa cattolica descrive la partecipazione alle elezioni politiche come un dovere morale per i cattolici comuni, legato all’obbedienza all’autorità legittima e alla responsabilità per il bene comune. Se lo stesso principio debba applicarsi anche a un papa è stato a lungo oggetto di dibattito.
Benedetto XVI aveva assunto una posizione diversa. Dopo essere diventato papa nel 2005, non votò alle elezioni federali tedesche, nonostante fosse ancora registrato a Pentling, in Baviera. Attraverso suo fratello, Georg Ratzinger, fece sapere che, in quanto sovrano della Città del Vaticano, non riteneva opportuno interferire negli affari di un altro Stato. Il suo segretario particolare ribadì questa posizione prima delle elezioni tedesche del 2009.
L’argomentazione rifletteva una concezione diffusa negli ambienti vaticani ed ecclesiastici, secondo cui la partecipazione di un papa a un’elezione politica poteva entrare in conflitto con la neutralità o la moderazione richieste dalla carica. Tuttavia, non vi sarebbe stato alcun ostacolo giuridico né secondo il diritto tedesco né secondo il diritto canonico. Il ragionamento di Benedetto si concentrava invece sulla sua posizione di capo di Stato, sebbene i papi si presentino principalmente come leader della Chiesa cattolica e sia la Santa Sede, più che la Città del Vaticano, a condurre le relazioni diplomatiche.
Secondo la sua biografa argentina, Evangelina Himitian, Francesco votò per l’ultima volta a un’elezione parlamentare in Argentina nel 1960. Himitian ha suggerito che potrebbe aver smesso di votare perché si sentiva in qualche modo padre di tutti. Non vi sono indicazioni che Giovanni Paolo II o i suoi predecessori italiani Paolo VI, Giovanni XXIII e Pio XII abbiano votato alle elezioni nei loro Paesi d’origine mentre erano papi.
Il voto di Leone ha inoltre alimentato speculazioni sul partito da lui sostenuto. Alcuni resoconti hanno dato per scontato che abbia votato per i Democratici, in parte a causa del suo rapporto teso con Donald Trump, sebbene il presidente stesso non sia candidato alle elezioni di metà mandato. I registri disponibili mostrano che Leone partecipò alle primarie democratiche nel 2008 e nel 2010 e alle primarie repubblicane nel 2012, 2014 e 2016. L’Illinois non richiede agli elettori di essere iscritti a un partito per partecipare a una primaria, limitando ciò che queste scelte rivelano sulle sue preferenze politiche.
È improbabile che il suo voto individuale influisca sul risultato in Illinois, uno Stato che tradizionalmente è una roccaforte dei Democratici. La Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti ha accolto positivamente l’esempio del papa, affermando che incoraggiava i cittadini ad adempiere alle proprie responsabilità civiche. La reazione più ampia all’interno della comunità cattolica americana, profondamente polarizzata, resta difficile da valutare.
Fonti: FAZ.